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24 aprile 2021

Un oggetto che mi ha sempre affascinato è il fegato in bronzo, di origine etrusca, conservato a Palazzo Farnese a Piacenza. Tanto che negli scorsi giorni mi è arrivata una copia piuttosto fedele al vero che tengo sulla scrivania.

Il fegato di Piacenza, noto più semplicemente come fegato etrusco, è un modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni etrusche, usato dai sacerdoti aruspici per le divinazioni.

Risalente al II-I secolo a.C. e dalle misure di 126 × 76 × 60 mm, il manufatto venne rinvenuto da un contadino durante l'aratura il 26 settembre 1877 nella località Ciavernasco, nei pressi di Settima, frazione di Gossolengo, in provincia di Piacenza.

Senza pretese di competenza mi sono messo a curiosare e ho trovato un mondo di storie interessantissime.

Presso gli Assiri Babilonesi, gli Ittiti e gli Etruschi, la com­prensione della volontà degli dèi, e con ciò la predizione del futuro, era affidata soprattutto a quell’arte o scienza che in lingua etrusca si diceva nethśra ed in quella latina “haruspicina”. I Babilonesi chiamavano baru il sacerdore che la praticava. Gli Etruschi lo chiamavano netśvis, e i Romani haruspex. L’arte si basava soprattutto sull’esame a scopo divinatorio delle interiora degli animali sacrificati, ma anche dei segni che venivano dal cielo, come tuoni, lampi e fulmini. Il concetto fondante poggiava sulla convin­zione che ci fosse una perfetta corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo per cui nulla accade che sia fortuito; così la volontà degli dèi può manifestarsi sia nelle interiora degli animali sacrificati, soprattutto nel fegato, sia nei fenomeni atmosferici.

Gli Etruschi dovettero perfezionare la loro arte anche attraverso contatti diretti con la Mesopotamia. Una occasione può essere stata ad esempio quella che si diede nel 323 a.C. quando una delegazione di Etruschi si recò a Babilonia per incontrare Alessandro.

Per approfondimenti: https://aruspicinaetrusca.myblog.it/.../aruspicina-etrusca/

3 gennaio 2021

Questo note sono più per riordinarmi le idee, che per essere lette. Racconto una delle storie per cui ho scelto di fare il medico.

Parlo di mio nonno Carlo, un “ragazzo del 99”, che dopo aver combattuto nella I Guerra Mondiale, dedicò poi la sua vita alla medicina. Lo vediamo nella foto a cavallo.

E’ stato il primo a spiegarmi come deve essere assistito un paziente che non può guarire, in quella che oggi chiamiamo medicina palliativa.

Per un caso la sua vita professionale ha incrociato quella della scrittrice Lalla Romano (nella foto alla scrivania) che a più riprese lo citato nel suo libro “Nei mari estremi”.

Il libro racconta tra l’altro le ultime fasi della vita del marito della scrittrice, Innocenzo Monti, allora presidente della Banca Commerciale (di profilo nella foto).


Rileggo alcuni passi del racconto, che ho sempre considerato una testimonianza del metodo di cura di mio nonno:

…La mia idea adesso - allora era un sospetto - è che Clerici, medico attento ma apparentemente scanzonato, sapesse. Col seguito della storia, non ho che da lodare, ammirare la sua prudenza, la sua saggezza, la sua carità…

…Il Professore - come tutti i professori - era scomparso. Clerici disse: “Non c’è più mia moglie; non m’importa di andare in villeggiatura”. Dispose per le trasfusioni e venne da noi tutti i giorni, anche due volte al giorno…

…Tutti i giorni Clerici mi annunciava, col tono della buona novella: “La pressione è buona!”. Lo palpava anche, e accennava, ma come sorvolando: “Qui c’è qualche” durezza...”. Sono sicura che aveva capito; e sono anche sicura che trovava inutile informarmi. Diceva invece: “Fin che c’è vita bisogna viverla al meglio”.

Nel primo pomeriggio, durante la trasfusione, con Clerici e l’altro medico, Innocenzo discorreva. Io mi isolavo nella penombra del piccolo soggiorno, sulla poltrona azzurra che u poi la sua, e senza volerlo mi addormentavo; mi svegliavo quando il medico dell’AVIS se ne andava, per salutarlo. Con questo medico ho parlato, dopo, di quelle conversazioni. Mi disse che Innocenzo raccontava i viaggi...

...Non ho capito se Clerici conoscesse il nome dell’organo colpito; certo ne avranno parlato, col Professore. Con me non ne fece cenno, né io con lui per informarmi. Anche Innocenzo sapeva, certo ignorando il nome, come me. (Era un nome elegante, greco; l’ho saputo tempo dopo, senza domandare: uno di quegli organi che si sentono nominare solo a scuola quando si studia il corpo umano.) A lui bastava sapere che “doveva andar via”: Faceva un breve gesto, a indicare l’addio, la partenza….

…Clerici ordinò certe supposte, che io passavo a Innocenzo la sera, quando i dolori divenivano insopportabili; erano precedute nei pomeriggi dalle rosee palline dell’Optalidon. Ogni giorno Clerici mi rassicurava sulla pressione (per me flatus vocis). Conversava leggero, gaio. Raccontava di sé. Era stato in gioventù un ufficiale brillante di cavalleria; aveva scelto la professione, non la carriera; proveniva da studi tecnici. “Non è comico?” diceva. Quando era morta sua moglie, anni prima, avevamo visto dal giornale che era contessa. “Allora lei è conte” dissi una volta. “Sì, sì” ammise scrollando le spalle. Il suo naso era indubbiamente aristocratico, gli occhi tondi dietro le lenti spesse gli davano un’aria interrogativa. Il professore ci aveva detto che lo portava a esempio agli studenti, ad ogni inizio di corso: “Se volete vedere in persona un vero medico, andate alle otto di mattina in via Donizetti, vedrete un signore smilzo, calvo, che cammina svelto con una borsa nera sotto il braccio. E’ lui, che è già fuori per una “visita”…

…E’ assorto, triste. “A cosa pensi?”

“Alla realtà”

Ero pronta alla verità. Ma adesso penso: è stata una vittoria della materia? Hoffmansthal dice che “ogni uomo che muore porta con sé un segreto: come gli sia stato possibile - spiritualmente - vivere”. Anche quello che Clerici chiamava “destino biologico” può essere vissuto spiritualmente. Certo Innocenzo intendeva la sua condizione reale: la vitalità decrescente, diminuita. Realtà spaventosa e fatale, sulla quale non voleva ingannarsi. Se non avessi domandato, non l’avrebbe detto. Era un’accettazione. Non proclamata, nemmeno affermata…

Mio nonno Carlo morì improvvisamente poche settimane dopo la morte del suo paziente, stremato da un’assistenza faticosissima durante una calda estate milanese.

Mi ricordo ancora una sua frase di qualche tempo prima: “Vedi Carlo, i pazienti oltre che essere curati hanno soprattutto bisogno di essere accompagnati”. Non gli ho mai sentito parlare della Saunders né mai pronunciare il temine di hospice.

Credo fosse solo una prospettiva derivata da una buona preparazione clinica e da un'intensa esperienza. Carlo aveva tra l'altro imparato a sue spese in sanatorio, curato per una malattia contratta in laboratorio, cosa significa la sofferenza. In famiglia poi si respirava la medicina; Il padre era un internista, allievo di Edoardo Bonardi.

Decenni dopo, qualche mese fa, mi è capitato di coordinare un master di cure palliative in Statale. Mi piace pensare di poter raccogliere il testimone di questa esperienza che non ho dimenticato.


11 ottobre 2020.

Arrivata ora la locandina del Webinar del 9 novembre 2020

“Il delitto e il camice”.

4 ottobre 2020

Due libri che rappresentano un’epoca.

Uno è “Suggestione e persuasione nella cura delle malattie nervose” edito dai Fratelli Bocca nel 1927. Per curiosità segnalo che l’autore del volume compare come assistente del prof Camillo Nigro presso il Cottolengo di Torino in questo interessantissimo filmato su una crisi isterica (vera o più probabilmente messa in scena, ma del resto cos’é l’isteria...).

https://youtu.be/r7pYS-cQJxA

Molto più moderno è il testo “La Psicoinervacion”, pubblicato nel 1928 da James Mapelli e dedicato al trattamento di disturbi che oggi diremmo traumatici. Mapelli discute nel testo il tema della formazione dei clinici a trattare gli aspetti emotivi dei propri pazienti, inducendo emozioni e con metodi suggestivi, tutti sistemi trascurati dalla medicina moderna perché “non scientifici”.

4 ottobre 2020

Correva l'anno 2008. A Villasimius realizzai il mio primo video con un rudimentale montaggio. Inguardabile. Ma era praticamente un thriller. E con la mia attrice preferita.

2 ottobre 2020

Sorprese. Quelle belle. Soprattutto il venerdì sera alla fine di una settimana intensa. Tornato a casa trovo l'ultimo numero di Magia, il bellissimo periodico diretto da Alex Alex Rusconi. E scorrendo le pagine trovo l'interessantissima inchiesta sulla creatività dell'amico Pierangelo Garzia. Che tra maghi famosi e bravissimi ha intervistato anche me...

30 settembre 2020

Chissà se l’avrebbero consigliato anche in tempo di Covid-19?

Di certo tenere una “castagna matta” di un ippocastano in tasca proteggeva da raffreddore e mal di gola secondo il famoso guaritore milanese, il Pret de Ratanat (nella foto in bianco e nero).

Di questa ricetta che consigliava persino mio nonno, medico internista di formazione positivista, si parla nella biografia di James Mapelli; edito dalla Florence Art.